http://www.godotnews.it/public/home/risonanze_specials/risonanze.asp?id=53

Premetto che anch’io, come la maggior parte di coloro che hanno il 'vizio' della lettura, preferisco mantenere vergini le mie facoltà di giudizio sul libro che dovrò leggere ed eventualmente recensire, senza essere influenzato dai pareri, quasi sempre laudativi dei prefatori e stampatori di turno che tendono, generalmente, a descrivere l’esordiente romanziere come il miglior talento letterario del momento. Così facendo creano, nel futuro lettore, aspettative 'esagerate': si aspetteranno un capolavoro e perderanno di vista il fatto che il giovane autore ha scritto 'solo' un bellissimo libro.

E’ comprensibile che vengano evidenziate le qualità narrative ed umane dell’autore ma è meglio descriverle con parsimonia; incoraggiarlo a scrivere ancora ma ammonirlo, che lo aspettano lacrime e sacrifici. Ve ne sarà grato quando si troverà pronto a sopportare, se verranno, disagi e sconfitte.

Sono convinto che Stefano Burranca tutto questo l’abbia già capito ed il suo atteggiamento, durante la presentazione della sua creatura, sta a dimostrarlo: viso da bravo ragazzo, pulito e spesso imbarazzato di fronte agli elogi troppo vistosi, pacato ed intelligente nella sua allocuzione finale.

A questo punto credo sia giunto il momento di accontentare i 'miei' lettori che si staranno già chiedendo quando intendo farla finita con questo mio panegirico e cominci ad impegnarmi in una seria disamina critica de 'La ragazza delle quindici'.

E’ un piccolo libro (ma solo nel formato), privo di eclatanti avvenimenti ma nel quale ogni particolare assume una risonanza intima e si arricchisce, tramutandosi in avventura interiore. Proprio per questa linea di sviluppo interiore di esperienza umana, intensamente sofferta e sottilmente analizzata, la storia del personaggio (che pensiamo si identifichi con lo stesso autore) e del suo pensiero, diventa illuminante nella delineazione della sua prima e spero non ultima, opera.

E’ un racconto delizioso nella sua semplicità e strappa spesso un sorriso (e non è poco in questo mondo malinconico dove stentiamo a renderci conto della nostra precarietà, a riscoprire certi sentimenti della nostra giovinezza, che con la vita abbiamo perduto). Parla dell’amore, della gioia corporea in un contesto più ricco dove trova spazio lo stupore estatico, l’amore come fonte di ricchezza spirituale e morale, di virtù nell’accezione più vasta del termine ma è anche pietoso quando mette in luce l’animo umano al cospetto del tradimento e delle sue sofferenze.

Il tutto raccontato con tono piano e sommesso, con ritrosia e discrezione dove la stessa personalità dell’autore, sembra quasi trascolorare per porsi al servizio della sua 'piccola storia', scavando con affettuosa nostalgia nelle proprie personali memorie per ricordarci che anche la 'Grande Storia' non è che un susseguirsi di trascurabili, povere, piccole cose.
 

Cesare Valentini