CIMITERO DI BONARIA

(racconto di Ezio Secci)

 

“Ferruccio, piano, mi fai male!”
Una voce femminile, il tono basso, pacato. L’inflessione dolce, quasi supplichevole.
“Male ti voglio fare. Sono stanco di questa situazione. L’hai capito che non ti sopporto più? Sto facendo una vita di merda da dieci anni con te, Pamela, sono stanco dei tuoi continui tradimenti.”
“ Ma Ferruccio...” La voce un po’ roca ma gradevole, persuasiva, faceva pensare ad una persona di buona cultura ed educazione. “Come puoi dire queste brutte cose? Lo sai che non è vero. Sono sempre stata una moglie fedele; non ho mai avuto altri interessi. Lo sai che la mia professione mi mette in contatto con ogni sorta di persone, ma con il lavoro che faccio mi resta solo il tempo di badare alla casa. Come ti possono passare per la mente questi brutti sospetti?”
La voce dell’uomo si levava di nuovo alta, interrompendola, rauca e terribile, testimone di una rabbia ed un rancore che potevano avere radici solo nella propria torbida personalità. Nonostante il suo volume fosse alto, la foga, la balbuzie crescente e l’affanno rendevano incomprensibile quasi totalmente il senso delle parole. “...il tuo tradimento... quei sorrisi... e l’altra sera alla finestra cosa ci facevi?”

Finalmente faccio caso a quelle voci. Sono troppo turbato per i fatti miei e preoccupato perché la situazione si fa sempre più ingarbugliata.
E’ martedì primo di ottobre, giorno del mio compleanno. Non poteva essere giorno più sfigato. Era ormai tanto tempo che stavo lì, in panne, in attesa del carro attrezzi della compagnia presso la quale avevo stipulato l’assistenza. L’appuntamento con il giornalista della piccola radio Bonaria mi aveva portato nella sua sede nella sala di registrazione adiacente la basilica.
Appuntamento alle 17,30. Puntualissimi entrambi. Ci eravamo presentati, dal momento che i nostri precedenti contatti erano avvenuti tramite cellulare. Massimiliano, così si chiamava. Un ragazzo smilzo, frenetico; un vulcano in continua eruzione. Io, modesto scrittore di racconti thriller in età non più giovane ho finalmente pubblicato un primo piccolo volume dei miei scritti grazie ad un editore che fra i tanti indifferenti li ha trovati interessanti.
La basilica di Bonaria si trova in cima alla collina che sovrasta l’omonimo cimitero monumentale.

“... che ci facevi allora alla finestra?” La voce è altissima, proviene dall’angolo buio là in fondo. Si sforza di apparire calma ma non ci riesce.
Cazzo, penso, ma che razza di gente è quella che sputtana al mondo i propri fatti in quel modo? Al mondo, poi… mi faccio da solo il contraddittorio. Il tempo è torbido. Non c’è nessuno oltre me e la mia auto che sembra avere esalato l’ultimo respiro. Il giro della chiavetta non rende alcun segnale ottico né sonoro. Morta. Porca miseria! E non sono riuscito a rintracciare alcuno che mi faccia compagnia nell’attesa, per attenuare questa noia mortale.
“... sii ragionevole; i panni stesi... una boccata d’aria...”
Se non fossi tanto incazzato con questa situazione di merda, forse proverei un po’ di compassione per quella voce esile che sembra più dispiaciuta per il sospetto che non spaventata per la violenza verbale del compagno.

Al termine della intervista, molto divertente, dopo avere chiacchierato del più e del meno scoprendo tanti punti in comune con il mio ospite, finalmente ci salutiamo e programmiamo un prossimo incontro.
“Ah, dimenticavo, quando verrà messa in onda l’intervista?”
“Lunedì 14 ottobre alle 17,30.”
“Scusa, ancora una cosa: qual’è la lunghezza d’onda della tua radio?”
Mi vergogno un pochino a fare la domanda, ma confesso candidamente che non conosco l’emittente e tento di recuperare con la vaga promessa di un impegno d’ascolto futuro.
“104,30.” Sorride, un po’ ironico, prendendosi gioco del mio imbarazzo.
“Ciao.”
“Ciao.”
Finalmente mi avvio all’auto parcheggiata proprio di fronte al muro del cimitero. Sono ormai le 20,30. L’aria si è fatta buia, poi, qui accanto al cimitero l’atmosfera sembra perennemente più tetra. Mi infilo nell’auto. Non vedo l’ora di essere di nuovo a casa. “Accidenti. Ci mancava anche questa!”
L’auto non parte.

“... te l’ho detto! Non ce la faccio più!”
Ancora la voce strozzata e prepotente di un uomo che si fa forte della propria virilità e dell’autorità del rango che ha occupato arbitrariamente nella propria famiglia; perché immagino che quella sia sua moglie e forse hanno anche uno o due o tre figli.
Chissà quale insegnamento potranno trarre da un padre iroso come quello. La voce prosegue, collerica. Non ascolto più le parole, forse il tono le rende incomprensibili. Chissà chi è quello stolto. Me lo immagino nero, brutto e peloso col volto congestionato dalla rabbia. Poi quell’odioso brontolio tace.
Una lunga pausa. Ritrovo il mio problema: sono le 21,15. Il soccorso non arriva. Riprendo il cellulare e chiamo di nuovo il numero verde. Mi risponde ancora una voce femminile; ma non è la stessa di prima.
“Pronto Assistenzial Club. Dica!”
Ripropongo la tiritera di tre quarti d’ora fa, aggiungendo che a detta della prima impiegata avrei dovuto avere il soccorso già mezz’ora fa. Mi chiede di attendere un attimo che dura quasi dieci minuti; poi la voce si fa sentire di nuovo.
“Ma lei, prima, ha fatto questo numero?”
Come? Mi chiedo. Mi viene voglia di risponderle con una parolaccia, ma mi trattengo.
“Certo.” Il tono della mia voce deve apparire rancoroso. “Ho memorizzato il numero e premuto il tasto replay.”
Ancora mi prega di attendere. Ricompare.
“Mi vuole ripetere il suo nome, cognome e targa della macchina?”
Mi cascano le braccia. Porto pazienza e ripeto come un automa quanto richiesto.
“Gianni Cubeddu, AZ020SE.” Il tono è affabile; ma la strozzerei se l’avessi a portata di mano. Ancora mi chiede di attendere.

Di là il parlottio ha ripreso. Chissà da quanto tempo: ma il tono è basso e discorsivo, fa pensare che tutto si sia chiarito nell’auto.
Nell’auto? Non si vede alcuna auto, ma la zona è totalmente in ombra e ci deve essere di certo un’auto parcheggiata nell’oscurità. Penso al mio amico Carlo al quale ho telefonato più volte per chiedere soccorso. Nessuna risposta: non lo trovo mai quando serve. Ma dove cazzo si sarà infilato?
Come farò a tornare a casa? Nella fretta ho dimenticato il portafogli nell’altra giacca. Non potrò neanche chiamare un taxi.
Le voci si fanno sentire nuovamente. Prima quella flebile e dolce della donna. Riesco a distinguere solo le parole per piacere. Ma una nota grave fa capire che quella dell’uomo sta di nuovo montando.
“… anche quella sera famosa!”
Ora il tono è di nuovo forte e concitato, tanto che non riesco a distinguere le parole. Poi mi accorgo di avere ancora il telefonino appiccicato all’orecchio in attesa della grazia di una anonima baldracca dall’altra parte della linea. Così rimugino nella mente mentre mi sento abbandonato da tutti. Spengo con rabbia il cellulare.
“Ferruccio, calmati adesso… ti prego… Ma, hai anticipato il rientro guidando in questo stato?”
“E nooo!” la voce è ormai un ruggito “Credi che abbia fatto 350 chilometri per farmi prendere ancora in giro? Te la faccio vedere io! Io ti ammazzo!”
Chissà quante volte avrò sentito queste parole. Probabilmente le pronunciano ogni due secondi sulla terra oltre ai mariti traditi, veri o presunti, condomini incattiviti, debitori inguaiati, creditori incazzati. Se si desse retta, nel corso di una sola giornata incontreremmo più bare che persone vive. Eppure c’è qualcosa di molto inquietante in questo strano audio privo del video.

Ho ricomposto ancora una volta il numero dopo averne controllato l’esattezza. E’ proprio quello. Allora, perché non riesco a cavare un ragno dal buco? Mi hanno spaccato le palle per anni con la pubblicità dell’assistenza stradale. Mi sono lasciato convincere nel timore che, forse, un giorno avrei potuto averne bisogno. Sono più di dieci anni che pago senza avere occasione di servirmene, per fortuna. Ed ora, quando il caso mi presenta la necessità di utilizzare questo servizio, mi accorgo che avrei pagato meno se avessi risparmiato tutti quei quattrini.
“Porca vacca!”
Pronuncio queste parole a voce alta.
“Come?” Mi chiede una voce proveniente dalla griglia del cellulare.
Accidenti. Corro il rischio di passare per uno di quei maniaci che insultano le donne al telefono. Infatti è un’altra voce femminile quella che mi ha risposto. Magari coglieranno il pretesto per rifiutarmi l’assistenza: questa volta ne avrebbero l’alibi. Ma come mai a quest’ora lavorano solo le donne?
Devo ricominciare tutto da capo. Dopo avermi chiesto per l’ennesima volta i dati anagrafici e quelli relativi all’auto ed al mio numero di associato, la voce mi informa che la mia telefonata di due ore fa risulta registrata. Rendo grazie al cielo!. Ma subito dopo precisa che la mia figura come una semplice richiesta di informazioni, non di intervento. Mi cascano le braccia. Non è possibile! E perché, allora, l’addetta mi avrebbe assicurato che l’auto gru sarebbe intervenuta entro venti minuti?
“Mi sa dire il nome della persona con cui ha parlato?”
E no! Io pensavo di rivolgermi a professionisti seri. Forse me lo avrà anche detto, il nome, ma non l’ho memorizzato. Ora mi do del cretino per non averlo fatto. Mi rifaccio chiedendole ora di ripetermi il suo.
“Giovanni Mandara.”
Non realizzo subito che sto parlando con un maschio e non con una femmina come la voce mi aveva fatto supporre. Mi mette ancora in attesa.

Le voci sono alte ora. Alte ma confuse. Si sovrappongono, anche se quella maschile sovrasta l’altra più debole. Non riesco a capire che cosa dicono.
“O.K. Fra trenta minuti al massimo saremo da lei!”
Una ulteriore promessa: speriamo bene. Questa volta la sento più reale. Sono le 23,40. A mezzanotte e qualcosa l’incubo sarà forse finito; ma mi resterà un tragitto di dieci chilometri a piedi per tornare a casa.
Le voci ora sono incessanti. Si alternano con una frequenza incredibile, incalzante l’una, lamentosa l’altra. Decido che ho il tempo per scoprire chi siano i due personaggi che mi hanno fatto compagnia involontariamente per tutte queste ore. Mi appresso alla zona buia. Si fanno più vicine. Man mano che aumenta l’incalzare della voce maschile, avverto l’ansia crescente della donna. Supero l’incerta zona dove la luce, lubrica, affonda pian piano nell’oscurità assoluta. Ho paura di essere scambiato per un maniaco notturno, ma non riesco ad esimermi dal proseguire. Le voci ormai sono accanto a me, sopra di me. Mi girano intorno come un mulinello d’aria. Penso che allungando il braccio potrei toccare l’auto, o uno dei due protagonisti. La mia mano sfiora un oggetto freddo. E’ il cancello del cimitero. Le voci sono al parossismo; raggiungono l’apice.
Improvvisamente cessano. Silenzio assoluto; una pace imprevedibile. Il mio piede batte contro un ostacolo. E’ l’angolo dove il muro del cimitero, dopo aver compiuto un angolo retto, si proietta verso la salita che porta alla basilica. Resto esterrefatto. Non c’è nessuna auto qua, né persona. Niente. Mi giro intorno come un automa, accendo la flebile fiamma dell’accendino. Niente. Là, in fondo, dietro il cancello, la flebile luce proveniente da chissà dove fa biancheggiare appena qualche croce.
Rientro velocemente in macchina.

Mi trovo dal barbiere. E’ domenica.
Ieri ho ritirato la mia auto dall’officina meccanica dove l’ha consegnata il carro attrezzi. Questa volta l’assistenza è stata puntuale: ore 0,20. Il tempo di tirarla sul pianale. Nel frattempo ho fatto un ultimo poco convinto tentativo di rintracciare Carlo. Ha funzionato! Non ci posso credere. Un quarto d’ora dopo era da me, proprio mentre l’addetto portava a termine l’operazione di prelievo dell’auto. Tutto è bene quel che finisce bene.
Mi avvolge un caldo benessere. Sfoglio alcuni giornali.
Come sempre dal mio barbiere i giornali sono quelli di una settimana fa almeno. Glieli portano i clienti stessi per liberarsene.
Ne prendo uno a caso; leggo la data: 26 settembre, dieci giorni fa. Nella pagina della cronaca una notizia attira la mia attenzione.

Assistente sociale barbaramente uccisa. Scagionato il marito
che ha potuto dimostrare di trovarsi in trasferta, quel
giorno, a 350 chilometri di distanza.

Più avanti tra gli annunci funebri leggo il seguente.

Pamela, non potrò mai dimenticarti. Il marito Ferruccio inconsolabile.
 

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