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Stefano Congia |
La
vecchia e la città.
Chissà cosa pensa la mia vecchia Tv. Ogni giorno mi fissa. Io e lei abbiamo tante cose in comune. Credo sia stanca. Non vede niente di nuovo da vent’anni. Pure io.
E’ stata la mia unica compagnia in tutto questo tempo, e per questo credo sia giusto consolarla. Come? Non credo che veniate a casa a darmi un consiglio. Anche il verbo dimenticare non si ricorda che esisto. Immagino voi. Ma come consolare questa scatola scolorita e tanto cara? Forse potrei dirgli di stare tranquilla, che tra poco non vedrà più un oggetto rugoso seduto sul divano che la fissa in silenzio. Serate intere, senza emettere un suono. Qualcosa cambierà nella stanza spezzando la monotonia. Meglio di niente. La mia assenza metterà più in risalto quella bella foto là, sul tavolo, dove mio marito sorrideva felice prima che il male gli corrodesse i polmoni. Ma ora devi rassegnarti amica, ci sono ancora. Ci fissiamo. Io e te. Io davanti a te. Siamo vecchie. Io muoio. Tu? Tu sei fortunata, non sei mai nata. Il mio cuore lo sa, e anche le mie arterie, io tra un po’ muoio. Ma a chi può importare? Sono sola. Non mi resta più nulla ormai.
Sono pazza. Oggi una persona inutile o è pazza o è morta. Io credo di essere ancora viva. Sono pazza. Sono pazza, è ora che me ne renda conto, con l’età che avanza ho perso il lume. Nessuno ci tiene a riportarmelo o a convincermi che ce l’ho da qualche parte. Forse ho passato troppo tempo qua dentro. Sapete, è strano. Dal vetro della mia finestra in poi tutto ciò che esiste non sa che esisto. Non invidio la persona che dopo giorni dalla mia morte salirà qui per caso e troverà la mia carcassa disgustosa e puzzolente. Puzzolente lo sono anche ora, disgustosa pure, e forse, forse anche carcassa. Quindi se volete venire ora e aprire la porta credo proverete le stesse emozioni. Voi, vivi e belli, belli e vivi. Qualche foto passata. Le tengo dentro un cassetto vicino al comò, provo per loro un enorme affetto. Mi hanno accompagnato fin qui.
Ci sono due cose che non cambiano col tempo, i miei occhi lucidi che tanto hanno visto e la memoria, che non vuole sentirne di andar via.
Dedico quasi tutte le ore al passato, alcune al presente, nessuna al futuro. Ero una bella giovanotta. Ricordi di gioventù. La guerra dentro i miei primi amori, forse meglio dire, i miei primi amori in mezzo alla guerra. Spesso avevo paura. Le bombe esplodono anche quando non capisci perché, e credi che, tutto sommato, le cose devono andare così. La violenza. Quotidiana e insaziabile. Le belle parole, le poesie, il duce, la patria. Non capivo. Ero troppo piccola, e poi, non dicevano la verità. I miei fratelli partiti a combattere. Una causa giusta. Vincere e vinceremo. Morire e moriremo. Uno subito, l’altro si è appeso a un palo, dopo pochi anni. Dalla sbornia dell’orgoglio a quella del dolore, lo stesso forte vino, ma due effetti diversi. Con gli anni ho scoperto gli orrori. Mi sono davvero resa conto che sono cresciuta in un mondo malato e che ancora continuo a viverci. Allora riuscivo comunque a ritagliarmi un piccolo spazio di felicità, ero giovane. Le cose sono cambiate.
Mia figlia. Ho paura si sia dimenticata che ha una mamma. Poi dicono che siamo noi vecchi gli svampiti. Pazienza. Dovrà avere in casa qualcosa di mio che gli farà ritornare la memoria, mmm, se non ricordo male, la casa stessa in cui vive è mia, dunque non dovrebbe trovare troppe difficoltà. L’aspetto. Se non farà in tempo a trovarmi in piedi, mi troverà a terra, magari con il telecomando ancora in mano. Sono stanca di ascoltare il silenzio. Adoro quando squilla il telefono. Chiamano per fare sondaggi. Metto a frutto tutta la mia gentilezza e la mia educazione. Certi giovanotti sono deliziosi. Chissà come facevo anni fa ad odiarli e a sbuffare mentre parlavano. Ma allora c’era la cena da fare. Mio marito tornava da lavoro stanco e affamato.
Per quel poco che so, più gente c’è, con più gente puoi sperare di avere rapporti. Dicono che qui c’è tanta gente, dicono che siamo numerosi. Mia mamma alla mia età non viveva in un posto affollato come questo, poche centinaia in tutto. Io non conosco nessuno. Lei conosceva cento persone. Raccontava storielle ai bambini. Vi immaginate che bello? I bambini! Se ne venisse uno qui, in questo momento, sverrei dalla felicità.
Se venisse qualche bambino gli farei i biscotti. Non so se ci riesco ancora. Forse ho dimenticato come si fanno. Ma i bambini non li ho dimenticati. Nessuno di loro mi conosce. Neanche i grandi mi conoscono, e quelli che mi conoscevano, mi hanno dimenticato.
D’estate ho caldo, molto caldo, d’inverno ho freddo, molto freddo. Mi accorgo così che le stagioni passano. Invecchio sempre più, dentro e fuori.
Sarebbe tutto più sensato se vivessi in un isola deserta e non in una grande città. Allora sarei sola per forza. Nessuna speranza. Nessuna necessità di appartenere alla specie di essere umano. Sarei abbandonata, come ora, senza l’illusione che qualcuno ricordi che esisto, e che non ho ancora tirato le cuoia.
Ma per chi molto conta, tutto questo conta poco.
Cosa sarà di me? Nulla di speciale.
Tra un po’ mi tirano fuori da questo guscio e mi trasferiscono in uno molto più piccolo e senza Tv.
Neanche lì verranno i bambini, ne potrò preparargli i biscotti.
Non sono triste. Ne ho viste di peggio.