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"UN RIVOLUZIONARIO AL BAR" di Emanuele Cioglia |
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Alcuni stralci del romanzo |
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5 Cesco fu il primo ad entrare nello sgabuzzino degli interrogatori della Questura.
Una luce incandescente, perle di sudore, una voce che rimbombava tra le pareti strette: “Ti fai vero?! Dove la nascondi! Qui vero? –e un dito su per il culo- Eh! ma che largo che è, sei pure caghino eh! Rispondi!”
Dopo una chiacchierata di tre ore in questo tenore, coi conseguenti effetti collaterali sul corpo, gli fecero firmare un verbale.
Ammetteva varie responsabilità su varie azioni commesse dai gruppi anarchici, dai comunisti, dagli indipendentisti, dagli irredentisti giuliani, dai neotemplari, e su altre nefandezze alle quali durante l’interrogatorio non si era nemmeno accennato.
Rientrò a casa alle ventitre. Non c’era nessuno. Entrò in cucina. Si versò nel piatto avanzi di spaghetti freddi e collosi.
Si buttò nel letto. Non chiuse occhio.
Immagini ossessive, sovrapposte, confuse, alterate, grottesche, insensate e angosciose, scorrevano impietose e in 16/9 nello schermo del suo cervello. Non poteva cambiare canale.
Alle otto si alzò. Andò in cucina. Si versò il caffè nella tazzina, aggiunse un cucchiaino di zucchero che non si sciolse; il caffè era freddo. Uscì.
Entrò al bar tabacchi. Ordinò una birra al banco. Se la portò fuori e cercò il tavolino più stabile. Tutti i tavoli erano in salita; tutta la città era in salita; tutta la vita era in salita.
Arrivo anche il vecchio camerata e si sedette. Cesco non gli offrì da bere. La politica era diventata una cosa tremendamente seria.
Bevette per ore. Piano ma cocciutamente.
A ogni sorso il sole si dilatava, il caldo e l’umidità si intensificavano, le pietre basaltiche della città riflettevano una patina bianca che l’avvolgeva in un sudario abbacinante.
Pensava a Gesù Cristo, il più grande rivoluzionario della storia moderna. Si sentiva come lui. Profeta della rivoluzione proletaria. Lui giovane profeta a sostituire uno stanco, afflitto e malato Gesù Cristo; lui come uno scambio generazionale atteso duemila anni. Lui successore in linea diretta, senza apostoli e preti in mezzo ai coglioni.
S’alzò con le gambe pesanti, fece due passi malfermi, piantò i piedi e procedette lento ma deciso: portava una croce sulle spalle.
S’incamminò verso i vicoli dell’angiporto. I profumi di cibo dalle cucine delle trattorie si fondevano agli olezzi dei cassonetti colmi di rifiuti e avanzi degli avventori, provocando un inquietante inquinamento olfattivo.
Gatti, e topi grandi come loro, si inseguivano in una lotta praticamente alla pari.
Una puttana di settanta anni sedeva sui gradini di casa, con le gambe spalancate e verrucose coperte da calze sfilate da venti dinari. Calzava pantofole corrose, il cui tessuto era tanto consunto e sfilacciato che lasciava intravedere le dita dei piedi, callose e accavallate l’una sull’altra.
Un vaso di gerani sul davanzale strideva con l’inferriata alla finestra, incrostata di escrementi di piccioni.
Dalle sbarre filtravano fasci di luce polverosi, illuminando a spot il sottano colmo di vecchi mobili, divani bordeaux, e bambole di porcellana. La porta d’ingresso era filtrata da una tenda a listelline rosse, tipo quelle in voga nelle botteghe dei verdurai di una volta.
“Salute compagna, hai bisogno di qualcosa?” fece Cesco.
“Ce l’hai una MS?” Cesco le porse una sigaretta e le diede da accendere. “Me la vai a comprare una birra? La bottegaia non mi fa credito.”
Cesco comprò la birra e si sedette sul gradino a berla con la vecchia. Dopo qualche sorsata la puttana prese una mano a Cesco e se la mise sul ventre, se la portò più giù e disse: “senti, senti bello mio come è ancora fresca…”
Cesco si riprese la mano e lasciò un pacchetto di sigarette e una busta di carta con due birre alla vecchia. Mise quella stessa mano in tasca e camminò verso il molo di levante.
Arrivato fece quello che tante volte aveva fatto da bambino: ignorò le banchine e le navi ormeggiate e si sedette sui frangiflutti, fronte al mare aperto.
Quegli enormi massi accatastati facevano ancora il loro dovere; non sembravano soffrire le enormi masse d’acqua che gli investivano da decenni. Eppure, anche loro, quando il mare ingrossava davvero, potevano poco, e un’enorme cascata d’acqua trasbordava attraversava il braccio di cemento dei moli e si versava oltre le sponde nelle acque placide del porto.
Adesso regnava la calma. I gabbiani si lanciavano in picchiata sul mare. Sembrava un suicidio. Un andi e rivieni insensato e folle. Decine di tuffi, minuti di immersione in apnea e le risalite, sempre a vuoto. Eppure, quando sul becco si scorgeva un brillare argenteo, tutto si riconduceva a un senso. Come una forbice a liberare un palloncino affamato di spazi.
Gli venne voglia di tuffarsi, nuotare e immergersi; immergersi fino a stringere tra le mani anche lui quel lucicchìo d’argento, il suo cibo, la sua missione.
Fece un primo passo, col piede sinistro, da buon mancino. La pianta del piede perse aderenza e sentì l’acqua bagnargli i palmi delle mani.
Rimase fermo, come una statua di sale che attende che il mare la sciolga.
Tutto era grande, troppo grande.
La distesa di mare che spaziava di fronte a lui; quel cielo assurdamente enorme che lo lasciava troppo scoperto.
E i propositi rivoluzionari che macinavano i suoi sogni in una poltiglia confusa e indecifrabile.
Tornò indietro; percorse a ritroso il vecchio molo, fissò per un ultimo istante il volo dei gabbiani e rientrò nei vicoli dove gabbiani meno poetici giravano in elissi sopra i cassonetti traboccanti dei rifiuti delle trattorie.
Percorse la salita del largo alberato della città; facciata lussuosa di cartapesta a coprire la carcassa del quartiere storico a ridosso del porto. Si immise in una via laterale, la strada di casa. Giunto in una palazzina più alta delle altre, ma non meno cadente, spalancò il portone mezzo uscito dai cardini e avvertì il forte tonfo di muffa e umidità, che aleggia in ogni androne del centro storico. Salì i gradini, sbeccati e erosi da un centinaio di anni di passi, e infilò la lunga chiave nella porta della sua stanza. Solo in quel momento realizzò di non trovarsi più coi piedi dentro le acque brulle del molo.
6
Levò le scarpe e le calze bagnate e si aprì una birra.
La mano che gli stringeva il cervello allentò un poco la presa e il cuore lentamente ricominciò a pulsare.
Afferrò due libri e un block-notes; gli strinse nella cinghia elastica e uscì diretto all’università.
In via Leopardi incrociò Emy, i loro sguardi si incontrarono soltanto per un sessantesimo di secondo, poi fuggirono, lasciando sole le parole a reggere il confronto.
Iniziò la ragazza:
-Dove sei stato? -Al porto. -A fare? -Volevo suicidarmi. -Perché non l’hai fatto? -L’acqua era ghiacciata, potevo prendermi una polmonite.
Risero di gusto e si diedero un bacio.
Ebbri di quella felicità così rara da sembrare inesistente, che vorresti accompagnasse la tua vita. Dono raro come la neve sulle coste del Mediterraneo.
Andarono verso l’edificio sede dell’università. Davanti al borioso portone d’ingresso incontrarono Stelvio e altri quattro compagni.
Mentre si salutavano passò una cinquecento blu, con a bordo tre tipi impomatati in loden; rallentarono la marcia.
Uno affacciò il testone sudaticcio con due guance enormi nutrite con sottopancia di manzo e urlò: “comunisti, zingari merdosi, vi stermineremo!”
Gli Angeli Sterminatori, lanciata la sfida, diedero coraggiosamente gas a tavoletta; ma qualcosa non quadrò: erano nella tana del lupo.
Al guidatore sembrò di sognare, spingeva quel dannato acceleratore, il motore ululava impazzito, la marcia era innestata, ma la macchina non partiva.
Infatti, in quel momento le ruote motrici mordevano l’aria; cercavano la presa a mezzo metro da terra.
Lucio e Nicola tenevano sollevata l’auto da dietro, mentre Stelvio e Francesco lanciavano un masso di trenta chili in faccia al guidatore.
In un sincronismo da otturatore fotografico quelli di dietro mollarono la presa, e la cinquecento trovò l’asfalto sotto le ruote.
Impennò contro il primo palo della luce.
Il dolce era servito, non aspettarono il caffè e squagliarono.
7
A casa mammà Luigia stava facendo riposare la salsa tonnata, vestita con un bolerino rosso in generoso decolté e una gonna a roselloni troppo corta.
Decise che la salsa era pronta, infilò la pirofila nel frigo. Mise le chiavi nella borsetta in vernice nera, controllò la trama delle calze a rete bianca, diede un’occhiata alla messa in piega nei capelli rossi, infilò un cappellino che sembrava una fontana barocca, e uscì.
Aveva un amante, naturalmente.
Incrociò Stelvio e Cesco sulle scale. Diede ai ragazzi i soldi per le sigarette e anche per la propria coscienza.
Luigia entrò nel vialetto che conduceva all’università.
Dava nell’occhio e gli studenti si voltavano a guardarla. E sui tacchi sapeva starci come poche.
Il suo amante, il professor Togni, non l’avrebbe mai ammesso ma per lui Luigia significava soprattutto una bella chiavata. Non l’avrebbe mai ammesso perché di sinistra e a sinistra il libero istinto sessuale era un dogma. Le compagne emancipate, proletarie, operaie o intellettuali, erano, in quanto a pulsioni erotiche, delle perfette androgine. E a letto l’uguaglianza e la democrazia erano pari al bromuro.
Basso, pingue e farsesco Togni non esitava a schierarsi con gli studenti contro i baroni.
D’altronde lui era soltanto un secondo assistente. Coi cattedratici si mostrava irriverente ma senza esagerare; con gli studenti sempre pronto, ma mai tanto da esporsi in prima persona. D’altronde in quegli ambienti era impossibile comportarsi diversamente.
Luigia entrò nel suo studio. Studio in coabitazione, naturalmente. Ma per l’occasione lui era solo, ovviamente.
Togni era un gentiluomo. Si premurò immediatamente di prenderle il soprabito, la fece sedere, le offrì un bicchiere e si prodigò in cento altre piccole premure.
Messala a proprio agio le alzò la sottana, le afferrò i capelli e la montò da dietro, sussurrandole paroline non propriamente rispettose.
L’intellettuale è stravagante.
Venti minuti dopo dialogavano concordi, e colti da sincero fervore, di femminismo, diritti delle donne, e la piaga del maschilismo. Il dottor Togni sarebbe diventato Professore Ordinario, naturalmente.
8
Cesco si sentiva rigenerato. Rinato con un masso scagliato contro un finestrino.
Gesto reale e simbolico.
Percorse la breve discesa che da casa sua conduceva al bar tabacchi. Le mani sempre nelle tasche dei pantaloni, quasi come ad esorcizzare le paure.
Si sedette al solito tavolino; quello meno traballante.
Il vecchio camerata era seduto anche lui al solito posto. Ogni giorno aggiungeva vino al già alto volume alcolico del suo sangue. Ed era come se un vinello da aperitivo divenisse, bicchiere dopo bicchiere, giorno dopo giorno, un rosso corposo, e, nelle sorsate sature, fil’e e ferru.
Le giornate gli venivano scandite dai bicchierini come se questi fossero una clessidra, come se il tempo si misurasse in vermentini, monica e cannonau.
Al primo bicchierino erano le 7.30; al sesto mezzogiorno; al quindicesimo le 18.00, e così via fino all’ultimo che non riusciva mai a ricordare.
Teneva sempre un gomito sul tavolino e quando beveva lo alzava senza spostarlo. Il portamento doveva sempre essere fiero. Ma dietro l’involucro, dentro i suoi occhi, le pupille si allargavano, si discioglievano, mangiandosi l’iride in un buco vuoto, senza finestre.
Se il niente esisteva, stazionava oltre la soglia dell’ultimo bicchiere giornaliero, in quelle notti di sonno profonde come il nulla.
Quell’uomo non chiedeva pietà, non voleva disintossicarsi, non gli interessava cambiare, voleva soltanto essere lasciato libero di bere e odiare quei tempi, quel cambiamento, che non aveva chiesto lui.
Cesco uscì dal bar, posò un calice colmo di vermentino sul tavolino di tziu Mundiccu e sedette con una birra ghiacciata al suo. Si accese una sigaretta.
All’interno della saletta adibita a ricevitoria tanti esseri agonizzanti giocavano l’ultima carta col totocalcio; un’ultima carta che si rinnovava ogni settimana e che i più intelligenti avrebbero giocato per cinquant’anni, sino alla morte. Senza che lo stato gli mandasse nemmeno un estratto conto che riassumesse l’entità dei versamenti all’erario, e senza che, lo stesso stato, neanche concedere loro uno sconticino sulle tasse cimiteriali. La morte si sconta giocando.
Arrivò Emy. Si vedevano sempre lì. Non c’era bisogno di un appuntamento.
Bevvero una birra ghiacciata. Emy avvicinò il bicchiere alle labbra e poi buttò giù un sorso. Dopo cominciò a rullarsi uno spinello.
A Cesco non piaceva quella roba. Non serviva a niente. Meglio la birra. Meglio qualsiasi cosa purché da bere e alcolica.
Erano le 23.00. Il camerata al terzo tentativo riuscì ad alzarsi e se ne andò. Mondo, il gestore, dava cenni di nervosismo. Cesco ed Emy, anche se non praticavano, rispettavano il lavoro altrui e, anche se sbronzi, avevano capito che era ora di sloggiare.
Si fermarono al chiosco sul lungomare. Non avevano mangiato. Avevano fame. Ordinarono due birre.
Vomitarono e tornarono alla macchina, una bianchina beige del ‘63.
Cesco guidava pianissimo, quaranta all’ora. Dicevano che l’alcol rendesse audaci e incoscienti, lui si sentiva solo sbronzo e orribilmente fragile.
Doveva concentrarsi per imbrigliare quella maledetta linea di mezzeria; viscida come il corpo di una lumaca, e cazzo, non era facile mettere un lazzo al collo di una lumaca.
Alla fine tutto andò per il meglio.
Ci misero tanto ma arrivarono a casa sani e sbronzi. Ci impiegarono forse di più a scardinare con l’apposita chiave quella maledetta serratura della porta, che qualche stronzo aveva preso l’abitudine di chiudere. Alla fine ci riuscirono ed entrarono nella stanzetta di Cesco.
Cercarono di scopare, ma la nausea e i capogiri glielo impedirono, decisero che la colpevole del fallimento fosse la fame. A passi che, credevano felpati, ma erano pesanti, entrarono in cucina. Morsicarono una crosta di pecorino e aprirono due Campari. In dispensa non ne mancava mai qualche cassa. Maman Luigia gli adorava. Frizzantini, amari in superficie e dolci nel cuore, conduttori di sbronze allegre e signorili.
Cesco e Emy fecero due rutti e tornarono in camera.
Riprovarono, la crosta di formaggio servì a qualcosa ma non a recuperare la perfetta efficienza sessuale. Efficienza che Cesco s’illudeva di avere da sobrio ma che non testava mai a mente lucida, forse per timore della prova della verità, sbronzandosi sempre in vista di un rapporto. Alla fine ebbe il solito orgasmo precoce. Emy annoverava l’orgasmo precoce in un qualche articolo del suo personalissimo codice penale. Un orgasmo precoce costituiva reato per Emy.
“Fottuto maschilista egoista!!!”
“Ho cercato di trattenermi…non ci sono riu…”
“Zittooooh!”
“Calmati…l’orgasmo sincronizzato dopo Adamo ed Eva è rimasto solo un’aspirazione per qualche miliardo di coppie e anche loro dopo quella storia della mela non ci riuscivano più…”
“Zittooooooh!”
“Il bello di voi donne è che siete sempre comprensive e concilianti e…”
“Zittoooooh…Bastardoooo!”
Lei uscì senza rivestirsi. Cesco la immaginò correre nuda alle due di notte lungo i vicoli, ma forse, pensò, aveva indossato sopra almeno l’impermeabile.
Si alzò. Andò in cucina per farsi una birra, si sedette nella poltrona matriarcale nel vestibolo, diede un’occhiata all’omino a quattro braccia chiamato appendiabiti; l’impermeabile di Emy penzolava triste ed esanime privo di un corpo che lo animasse. La immaginò nuda e incollerita vagare per la strada, sola e insoddisfatta come una strega che non aveva potuto compiere il suo sabba.
9
Cesco doveva prendere atto dell’ennesimo abbandono di Emy. Si sentì perso. Emy per lui era una piattaforma sul mare.
Il fatto è che su quella piattaforma stazionava uno zoo in pianta stabile: dove loro facevano gli animali, i domatori, gli inservienti e, qualche volta, le carcasse da dare in pasto alle fiere.
Allargò le braccia inarcandole per stirarsi meglio. Si infilò un paio di jeans, che a differenza di quelli che si usano adesso non erano invecchiati ma vecchi, e lerci quanto basta per impedire a qualsiasi giovane moderno l’ardire di indossarli.
Completò l’opera vestendo una camicia stretta con un collettone tutto consumato e uscì.
Non doveva andare lontano. Il confine del mondo in quei giorni l’avevano messo al bar tabacchi.
Alcolizzato.
Così chiamavano chi aveva bisogno di bere di continuo. E lui ne aveva un gran bisogno. Era quindi un alcolizzato.
Ci pensò brevemente e decise che non gliene sbatteva un cazzo.
Si sedette al solito tavolino zoppo meno zoppo degli altri.
Era solo.
Solo.
Una folla di gente che fumava, camminava, parlava, si grattava le palle, e si sbatteva cercando lavoro, invadeva come ogni giorno la città. Un brulicare di pazzi che pensavano di vivere.
Lui sapeva di essere morto. Loro no.
E facevano lunghe passeggiate dentro le loro tombe.
Morti che andavano al mercato; morti che portavano i figli a scuola; morti che mescolavano lo zucchero in una tazzina di caffè; morti che andavano a trovare la madre moribonda in ospedale; morti che compravano composizioni di fiori per le neomamme nelle cliniche di ostetricia; morti che portavano fiori ai propri morti nei cimiteri.
“Forse sono depresso” sentenziò Cesco.
Ma non ne era tanto persuaso.
10
Egisto si avvicinò al tavolino. Si sedette. Faceva il rigattiere e di lui vi ho già scritto. Si accorse che la bottiglia di birra era finita. Si alzò lento come Neil Amstrong ai primi passi sulla luna, sudando come un minatore all’inferno. La maglietta si alzò con lui rifiutandosi di coprire quella pancia, per la quale ci sarebbe voluto un tendone da circo. Delle venuzze bluastre attorno all’ombelico avvertivano il tessuto cutaneo che non era il caso di allargarsi oltre. Fece quattro passi faticosi come una maratona olimpica ed entrò nel locale. Stremato cercò il sostegno del bancone. Quando il fiatone glielo concesse ordinò a Mondo una birra. Tornò indietro e dopo qualche minuto, contro ogni pronostico, riuscì a risedersi al tavolino. Salvo e senza un infarto in atto. Non prima di essersi riposato, versò da bere a Cesco e poi a se stesso. Cesco gli offrì una sigaretta. Era quasi uno scambio alla pari. Si sorrisero. Non si vedevano da mesi. Non avevano niente da raccontarsi.
Spesso nella vita non si ha niente da dirsi.
O è stupida la vita o siamo stupidi noi.
Cesco si specchiò nella bottiglia di birra; deformato a quel modo non sembrava intelligente.
Provò a riflettersi sulla vetrina del bar: anche così il suo aspetto non migliorava.
Guardò Egisto e si sentì leggermente consolato.
Di lui si raccontava che, per sostituire lo scaldabagno di casa, lo avesse scollegato e trasportato per sei piani di rampe strettissime di scale pieno. Cesco non ci credeva. Ma nello stato d’animo padrone di lui in quei secondi non stentava a ritenere verosimile quella scena.
Passarono tre o quattro minorenni con dei culi che avevano vita propria. Egisto e Cesco concentrarono gli sguardi nelle pieghe dei loro jeans: oltre al bere e al silenzio avevano un terzo punto in comune. Il culto del culo. Un culto molto diffuso tra i maniaci sessuali sparsi per il mondo.
Cotti a puntino montarono sulla bianchina e andarono verso il viale delle puttane.
Ogni tanto le incontravi riunite in piccoli branchi. Chiacchieravano e non sembravano disperate. Sicuramente disponevano di somme di denaro di molto superiori alle madri di famiglia di allora, nonostante l’esazione dei magnaccia. E i clienti almeno giravano un po’, invece i mariti erano sempre gli stessi. E poi coi clienti dovevano solo scoparci e non anche lavargli le camice e stirargliele. Tutto sommato erano più libere così.
Per contrattare bastavano cinque o sei parole e Egisto, anche se per l’uso corrente non ne conosceva molte altre, in quel linguaggio specifico poteva fare il consulente dell’Enciclopedia Italiana.
Allora le prostitute parlavano sardo.
Negli anni appresero l’italiano di Mike Buongiorno, che doveva averlo appreso a sua volta a da qualche analfabeta. Infine presero a parlare idiomi indigeni, e a essere tenute in giogo da minacce di riti Voodoo; mentre l’evoluzione, o forse il caldo africano, ne colorò la pelle e quell’esagerato del Padre Eterno, parodiando i chirurghi estetici, gonfiò loro le labbra oltre il limite della tumefazione. Le chiamò nigeriane incastrandole un “Pom Pom” proprio sotto l’osso sacro.
Più Egisto contrattava, cercando di inserire nel package tutti gli optionals e ribassare le quotazioni, più a Cesco si ammosciava tra le cosce.
Per fortuna Egisto tirava troppo le trattative.
Al terzo “Vaffanculo Stronzo!” ne incontrarono due diverse, poco truccate, carine.
Quando arrivarono i mariti coi figli, l’equivoco si chiarì sul nascere, prima di assumere contorni tragici.
Dieci minuti dopo ne incrociarono altre due della stessa forgia: poco truccate, carine diverse…
Egisto fece la più classica delle domande di circostanza “Quanto?”
Risposero. Non erano madri di famiglia, non portavano fedi al dito e la parcella risultava molto elevata. O forse soltanto adeguata.
Egisto fece cenno a Cesco di ingranare la marcia. Cesco tirò il freno a mano e pagò per due.
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49
Un formicaio di teste copriva ogni metro quadrato di terra sulla collina; centinaia di bare di mogano, avvolte nel gonfalone della regione, facevano la fila in bell’ordine davanti al portone intarsiato della basilica; con attorno le prefiche, tristi come zanzare senza più sangue vivo da succhiare.
Trecento metri più sotto il mare, col suo moto indolente, mostrava la solita indifferenza della natura per le tragedie umane.
I morti passavano e si sommavano, mentre l’acqua si spostava in masse, mossa dalle correnti, concentrata su disegni, in cui l’essere umano non trovava spazio.
Le vedove, sulla collina, con le sacche sotto gli occhi rigonfie di lacrime come gli invasi a marzo negli anni piovosi, venivano sostenute da mani di uomini che non erano i loro.
Le rocce carsiche risaltavano tra macchie di terra satura di fango.
Cani randagi scivolavano su basamenti di pietra, allertati dall’insolita folla umana.
Fotoreporter con Rolley medio formato incendiavano magnesio per imitare la luce di un sole coperto da nubi spesse come la crosta terrestre.
Corone floreali invadevano il sagrato, che, per paradosso, sembrava un gaudente emporio di fiori all’aperto.
L’omelia dell’arcivescovo rimbombava tra le volte ieratiche solennità, compiacendo l’alto prelato per la sua greve retorica liturgica, della quale peraltro sentiva l’eco amplificata dai microfoni della televisione. Spifferi di aria gelida penetravano dal portale spalancato, lambendo le gambe rinsecchite delle beghine piegate sull’inginocchiatoio.
In lontananza scivolava sul mare un traghetto, che, lentamente usciva dalla rada del porto.
Cesco sedeva a un tavolino del bar di seconda classe.
Pensava a Ada, e al suo viso felice quando le aveva comunicato le sue intenzioni di riprendere gli studi, però non più nella loro facoltà di provincia, ma nel più prestigioso ateneo della capitale. Per vedere ancora quell’espressione felice sarebbe stato capace di inventarsi le fantasie più audaci, per quel viso felice sarebbe potuto diventare il re delle fandonie.
Il mare muoveva il bicchiere di birra sul piano, che doveva tenere fermo con la mano.
Un tipo alto e grosso, molto giovane, con una buffa cadenza del basso campidano, si avvicinò e gli chiese da accendere. Cesco tirò fuori lo zippo, col quale aveva acceso fuochi più devastanti, e gli chiese se voleva un bicchiere di birra. Quello annuì e andò, lui stesso, a domandarne uno al barista napoletano. Si sedette affianco a Cesco e cominciò a parlare senza che nessuno gli avesse chiesto niente:
“Stò andando a La Spezia -riferì con gli occhi lucidi- e la prima volta che vado in continente, proprio per la naia dovevo spostarmi. Ho provato a spiegare all’Ufficio Reclutamento che i miei avevano bisogno di me in azienda agricola. Non mi hanno manco cagato. Gliene frega a quelli se babbo e mamma muoiono di fame. Mò m’ indi deppu andai a Spezia che non sciu ne mancu andu cazzu esti. Mi hanno detto che è al nord. Ma io so che il nord sono Milano e Torino…”
Cesco non era in vena di chiacchiere, continuò ad annuire al monologo del ragazzone, sino a quando, terminato di bere, la quasi recluta si alzò, salutò, e si avviò verso il bagno rincuorato dalla conversazione.
Era la notte tra il 29 e il 30 di dicembre.
Cesco studiava, a mente, le tappe della nuova impresa.
Con la solita cura maniacale di ogni ingranaggio, del dettaglio e del particolare .
A un certo punto, nel labirinto dei suoi pensieri, incappò in un vicolo chiuso, in un buco mnemonico. In preda all’angoscia frugò furiosamente tra le tasche dello zaino, tirò fuori un paio di guanti e li controllò minuziosamente tra le cuciture. “Se la cucitura cede sui polpastrelli, potranno rilevare le mie impronte digitali” pensò incartandosi in considerazioni psicotiche, al limite dell’igiene mentale.
Soltanto constatando che i guanti erano integri e in perfette condizioni riuscì a liberarsi delle sbarre mentali che tanto assomigliavano a quelle delle carceri vere. Ma, d’ora innanzi, quei dannati guanti gli avrebbe analizzati spessissimo, setacciandoli come a microscopio, sino alle trame del tessuto.
La nave traboccava di gente, come una carretta del mare brulicante di profughi, come un carico di buoi da macello.
Miracolosamente, e grazie all’intervento di un amico dipendente della compagnia di navigazione, si era potuto accomodare su una poltrona.
Erano le due di notte.
Provò ad accucciarsi nella sua sistemazione…
Ma in quelle poltrone si poteva dormire soltanto con l’ausilio di un medico anestesista o, per gli amanti del fai da te, coi barbiturici.
Dopo dieci minuti si alzò disperato. Si fece un giro tra i corridoi, e constatò che ogni angolo di pavimento veniva occupato da gente che aveva rinunciato al confort delle poltrone.
Rimanevano soltanto gli spazi antistanti i bagni. Prese un plaid dallo zaino, lo stese sul pavimento, che, coi wc otturati, poteva tramutarsi in una palude di liquidi organici, e si sdraio per terra, coprendosi le vie respiratorie con un fazzoletto bianco.
La stanchezza ebbe comunque il sopravvento sulla situazione, e lo addormentò.
Per quattro ore non fece che sognare un’ombra che gli somigliava guidare una bianchina turchese nel traffico impazzito, con nel bagagliaio un involucro dal quale spuntava una miccia accesa, che lentamente, ma troppo velocemente vista la fila di veicoli, consumava un lungo cordone costituito da una guaina di tessuto impermeabile.
Il testardo esercizio baritonale del motore che sbatteva i suoi cavalli sulla cresta delle onde, richiamava a Cesco lo scoppiettare della bianchina in folle.
Quando l’urlo del drago, che mulinava l’elica qualche metro sotto la superficie del mare, si fece meno intenso, gli inservienti di bordo cominciarono a battere alle porte delle cuccette, gridando parole incomprensibili con accento napoletano, tutti capirono comunque che il traghetto stava entrando in porto.
Cesco si alzò, stanco come un pentatleta dopo la quinta prova; fece forza, per vincere la pressione di una porta a due ante, ed entrò sul ponte; sentì un forte odore di sale, muggini e nafta, e vide un braccio di molo proteso verso il largo, con un faro che emetteva una luce intermittente rossa; erano sul porto di Cività.
Attese che la ressa davanti allo sbarco si smaltisse, e poi scese, solo col suo zaino di tela verde.
Rovistò nella memoria vecchi ricordi di viaggi da bambino, e lo sguardo subito corse sui binari arrugginiti di fronte al porto, e su quel convoglio che sapeva portare a Erre.
Salì sulla predellina del treno, si guardò attorno, e quasi si stupì di sentire, tra gli scompartimenti, anche accenti e parlate non della sua terra. Quando vivi in un posto ti convinci che quel posto sia il mondo. E in effetti quello è il mondo, il tuo mondo. Che a volte può anche limitarsi all’edicola sotto casa e alla scrivania della tua stanza.
Oltrepassò il raccordo di quattro carrozze, prima di trovare qualche posto libero tra gli scompartimenti. Entrò su quello più vuoto, occupato soltanto da un vecchio alcolizzato, e fissò subito lo sguardo fuori dal finestrino. Qualche secondo dopo quel paesaggio di containers e file di palazzoni cominciò a sfilare via, prima quasi impercettibilmente, poi in una giostra vorticosa che deformava forme e volumi.
Lungo il tragitto vide un mare molto diverso da quello che conosceva, un mare che sembrava di un altro pianeta. Con altre tonalità, con diverse sfumature di colore, con una consistenza che sembrava addirittura meno liquida di quella del suo mare.
A un certo punto mise a fuoco una serie di palazzi e incroci, auto e alberi, un paesaggio uguale a quello di tutte le città, soltanto più esteso.
Alla fine il treno entrò in un ventaglio di binari, arrivò sotto una copertura che sotto ribolliva di un andirivieni di gente, vecchie valigie, e cartelloni pubblicitari come pale d’altare a consacrare la religione dei consumi: la stazione.
Cesco scese, per niente confuso da quell’impatto di arrivi e partenze che di solito stordiva, uscì fuori dall’entrata principale, senza soffermarsi su altro che sul cartello giallo della fermata del pullman su cui doveva salire, il numero 122.
Si trattenne su alcune fermate di quello che sapeva essere un capolinea, sino a che, come fosse sottolineato in neretto, individuò il 122 su una lunga tabella di numeri.
Attese dieci minuti prima che una vettura arancione si fermasse davanti a lui con uno sbuffo; rimase ferma cinque minuti, durante i quali si riempì per metà, e ripartì con un altro sbuffo.
Cesco si tenne per una delle tante aste d’appoggio, attento che nessuno gli impedisse la visuale sull’esterno, e guardò fuori senza vedere altro che le sette fermate che doveva lasciarsi dietro prima di scendere.
All’ottava sosta scese, attraversò la strada e, come gli era stato raccomandato, cercò in una pensilina degli autobus un altro numero: il 27. Che c’era, nascosto tra altri numeri e altri percorsi.
Attese cinque minuti, durante i quali lo spiazzo si riempì di persone, fino a quando una porta pneumatica si aprì davanti a lui con un rumore di aria compressa; sgomitò schiacciato dalla calca sino a che non sentì i suoi tacchi calpestare una pedana di ferro.
Contò dieci fermate e all’undicesima scese.
Percorse 120 metri sino a che, all’angolo del marciapiede, non vide una targa toponomastica che indicava il nome di una via.
Ricompose un pezzetto di carta, che aveva appallottolato in tasca prima di partire, e appurò che il nome di via corrispondesse a quello della sua mappa.
Superò due incroci e si immise in una stradina laterale sulla sinistra. Alzò gli occhi sull’intonaco scrostato del palazzo che sorgeva all’angolo, e vide la targa col nome dell’altra via, quella della sua destinazione, che sapeva essere lì.
Al civico settantuno entrò in una palazzina che si distingueva dalle altre soltanto dal numero civico, e suonò al campanello dell’interno quattro del secondo piano.
La porta si aprì e ne sortì un lamento di chitarre elettriche, che poteva avere un corrispondente in natura soltanto nel verso stridulo di un gabbiano caduto in mare con le ali spezzate.
Dopo il suono delle chitarre elettriche uscì una ragazza con le mutandine in mano, il monte di venere in bella evidenza, e un’aria interrogativa, come se dovesse essere Cesco, e non lei, a suscitare sorpresa.
Cesco pronunciò un nome Lino, e quella lo fece entrare in un appartamento pieno di gente che scopava nei divani; fumava mariuana giocando a carte; e con quattro persone su un tavolo all’angolo, che dialogavano animatamente senza che nessuno dei presenti gli cagasse. Quei quattro dovevano essere il direttivo anarchico della capitale.
Uno di loro smise di parlare, fissò un attimo Cesco, sembrò rammentare qualcosa, poi si avvicinò, e senza degnarlo di uno sguardo né di una parola, gli aprì la porta chiusa a chiave di una stanza. Quell’uomo, gli era stato detto nel colloquio prima di partire, si chiamava Lino.
Cesco sapeva cosa fare in quella stanza.
Entrò nel buio di quelle quattro pareti, richiuse a chiave la porta. E attese che la vista si adattasse al buio.
L’avvolgibile era srotolato, chiuso senza lasciare filtrare nemmeno i forellini di luce; nessuno doveva vedere un centimetro di quell’ambiente. E l’innesco elettrico dell’interruttore di una lampadina, poteva bastare a trasformare in un cratere di detriti e sezioni anatomiche varie, l’intero isolato.
Cesco scostò una tendina che copriva una specie di nicchia, simile a un armadio a muro. Constatò, come sapeva, la presenza di grosse quantità di un composto esplosivo che conosceva: quel fulminato di mercurio, buffamente conservato come una madonna in una nicchia dentro una teca.
O come la reliquia di un santo, il santo protettore dei bombaroli.
Si sdraiò su un materasso buttato sul pavimento e si addormentò tranquillo, consapevole di dover recuperare una notte insonne. Doveva presentarsi lucido all’appuntamento.
La presenza dell’esplosivo non l’allarmava affatto, da qualche giorno era divenuto il suo compagno più intimo.
Gli orologi segnavano tutti, più o meno, le 18.30 del 30 dicembre.
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UN RIVOLUZIONARIO AL BAR di Emanuele Cioglia Formato 14 per 20 - pagine 160 - Euro 10,00 |